|
|
Le informazioni pubblicate
su questo sito hanno solo un carattere divulgativo, e non possono sostituire la visita medica. |
|||||
|
|
torna a Notizie Salute dal WEB E invece cominciamo dai figli
ELENA LOEWENTHAL E’una di quelle notizie che balzano agli occhi ancora prima che sulle statistiche: basta trovarsi davanti a una scuola elementare quando suona la campanella, sedersi su una panchina ai giardini fra una carrozzella, un passeggino e uno scivolo variopinto. Siamo il Paese occidentale con la maggiore incidenza di nascite da madri ultraquarantenni: quasi il cinque per cento ripartito lungo quello Stivale che un tempo era la patria della grande, tentacolare e iperaffettiva mamma italiana. Mentre queste madri avanti con l’età sono al primo figlio: per un altro non resta ovviamente più tempo. Anche questo è progresso, si dirà: diventare madri al tempo in cui le nostre madri erano già nonne. Le prime rughe insieme ai pannolini e alle nottate insonni. La menopausa con i bambini ancora alla scuola dell’obbligo. Quel che viene dopo, annidato in un futuro più vago che mai. Tutto in nome di una libertà di scelta che assomiglia sempre più alla tenaglia del condizionamento: una carriera avviata, una stabilità economica, la sicurezza sentimentale e psicologica. Pensare che fare un figlio, a qualunque età e in qualunque condizione, rimette tutto in gioco. Sovverte ogni ordine emotivo e psicologico: ed è questa fra le cose più belle che un figlio ti regala. Scardina certezze e manda a monte ogni previsione. Quando c’è un bambino in casa, basta un suo sternuto di troppo per sovvertire un programma. «Ci sono limiti sociali e biologici al rinvio della maternità», spiega Francesco Billari, demografo e direttore del Centro Dondena per la ricerca sulle dinamiche sociali dell’Università Bocconi in un paper (Approaching the Limit: Long-Term Trends in late and Very Late Fertility) pubblicato dalla Population and Development Review. Fare i figli tardi significa ignorare quell’orologio biologico che prima o poi ti richiama all’ordine: a quarant'anni non hai più le forze che avevi a venti o a trenta. E con un neonato di forze ce ne vogliono eccome. Fare i figli tardi significa prima di tutto fare fatica a farli: e così troppo spesso, fra un tentennamento e l’altro, quando arriva il momento di volerli non vengono più. Il guaio non è però soltanto biologico. Ha implicazioni più complesse e sottili. Ci dice in fondo una cosa molto chiara: che i figli sono ormai considerati un traguardo. Una cosa che si fa, insomma, quando si è già fatto tutto il resto: carriera, esperienze, viaggi, conoscenze, avventure. Prima viene tutto questo ed altro. Poi, se restano del tempo, della pazienza e un briciolo di energie, si fa anche un figlio. Il luogo comune è quello di rimandare a oltranza la maternità, bruciando più tappe possibile prima di arrivare a quest’ultima, in nome di un principio astratto: quello di avere la vita davanti. Così si fa in fretta ad arrivare a quarant’anni. Persino troppo, in fretta. Pensare che avere un
figlio è - dovrebbe essere - il contrario di tutto questo: quando ti nasce non
finisce nulla, tutto invece comincia. È con dei bambini intorno che la vita ti
sta davvero davanti. Se fai un figlio a venticinque, trent’anni, ora che
l’hai svezzato e spedito a scuola ti ritrovi con tutto il tempo del mondo: per
la carriera, la sicurezza, la stabilità. Certo, ci sono questioni pratiche da
affrontare: la maternità è ancora poco tutelata nel mondo del lavoro.
L’assistenza è carente. Ma è una questione di mentalità, prima ancora che
di ordine pratico: ormai siamo abituate a pensare che con un bambino la vita,
quella vera, finisca. A considerare un figlio come l’ultima spiaggia della
libertà, dell’emancipazione, dell’essere donna. E invece quando c’è
scopri che la vita comincia daccapo, ogni giorno che passa. |
|||||
|
Pagina redatta a cura del Dott. Giovanni Zerlotin
|
inizio pagina |